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giovedì 30 marzo 2017
Se vedi una donna che ha un “Puntino Nero” sulla mano chiama subito la polizia! Ecco perché…
Quella di cui vi parliamo oggi è una campagna veramente seria, della quale tutti dovrebbero essere informati. Quindi si consiglia di fare circolare (condividendo su facebook) questo avviso per informare più persone possibili…
È una campagna nata sul web, che riguarda le donne e la lotta contro l’abuso domestico, e la violenza sulle donne in generale. Questa campagna ha preso il nome di “puntino nero”.
La campagna consiste nel disegnare un puntino nero sul palmo della propria mano, se si è vittime di violenze. Il puntino serve per lanciare un vero e proprio SOS silente. Non dobbiamo lasciare che sia l’indifferenza a vincere.
Il puntino serve, come già detto, a far conoscere la situazione orribile in cui si vive, queste vittime infatti spesso sono monitorate dal loro “partner” 24 ore su 24 oppure sono troppo spaventate per chiamare la polizia. In un solo giorno la campagna ha raggiunto 6 mila persone, aiutando ben sei donne. Una campagna davvero importante che sensibilizza su un tema molto importante. Quindi se vedete una donna che ha un puntino nero sul palmo della mano (come in foto) non lasciatela andar via e convincetela di chiamare la polizia insieme a voi, oppure fatelo direttamente voi.
Una superstite ha raccontato: “Mio marito mi picchiava, ed io ero incinta, così un giorno all’ospedale, dato che lui non mi lasciava di un passo, dopo che il medico tirò le tendine per visitarmi, presi una penna e scrissi ‘help me!’ (trad: aiutami!)”. Da qui è partita questa potentissima campagna, che aiuterà milioni di persone nel mondo. Non rimanete indifferenti, aiutaci a far girare questa campagna.
FATE CIRCOLARE QUESTO AVVISO, MOLTI ANCORA NON LO SANNO!
fonte
mercoledì 15 marzo 2017
Lo stermina zanzare che funziona anche a 30 metri di distanza
Costruire una trappola per zanzare in 5 minuti. Oggi vedremo come liberarci dell’insetto più fastidioso e tenace che affolla le nostre notti (e nel caso delle zanzare tigre, anche i giorni). Nel video tutorial che vi presentiamo oggi per la rubrica fai da te e come risparmiare,viene mostrato come costruirsi in pochi semplici passi e con una spesa quasi uguale a zero,un micidiale “acchiappa” zanzare.
fonte web
lunedì 6 marzo 2017
ECCO IL VERO MOTIVO PER CUI SI FESTEGGIA L’8 MARZO
Siamo abituati a festeggiare la festa della donna ma non tutti sanno esattamente a cosa corrisponde questa famosa data, 8 marzo 1908, quando un gruppo di operaie di un industria tessile a New York scioperò come forma di protesta per le condizioni terribili in cui si trovavano a lavorare.
Lo scioperò durò diversi giorni ma fu proprio l’8 Marzo che la proprietà dell’azienda bloccò le uscite dalla fabbrica, impedendo alle operaie di uscire. In seguito, un incendio uccise 129 operaie, tra cui anche delle italiane, che cercavano solo di migliorare la propria qualità del lavoro.
L’8 marzo assunse così un’importanza mondiale, diventando il simbolo delle vessazioni che la donna ha subito nel corso dei secoli e il punti di inizio per il riscatto della propria dignità.
E’ solo dal 1977 che la festa della donna è stato riconosciuta ufficialmente dalle Nazioni Unite, anche se la sua storia risale a metà dell’800, quando nelle fabbriche lavoravano donne sottopagate e sfruttate.
Dopo 2 anni dal 1857, altre operaie di riunirono in sindacato per tentare di migliorare le condizioni di lavoro; nel 1911 in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera, si pensò ad una giornata tutta dedicata alle donne con lo scopo di ottenere il diritto di voto e la fine della discriminazione.
Il 25 marzo 1911 a New York, 140 lavoratrici della ‘Triangle Shirtwaist Company’ morirono in un incendio a causa dell’assenza di sicurezza sul lavoro, furono in 100.000 a partecipare ai loro funerali.
Fu solo nel dicembre del 1977 che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò l’8 marzo come Festa Internazionale della donna.
fonte
Lo scioperò durò diversi giorni ma fu proprio l’8 Marzo che la proprietà dell’azienda bloccò le uscite dalla fabbrica, impedendo alle operaie di uscire. In seguito, un incendio uccise 129 operaie, tra cui anche delle italiane, che cercavano solo di migliorare la propria qualità del lavoro.
L’8 marzo assunse così un’importanza mondiale, diventando il simbolo delle vessazioni che la donna ha subito nel corso dei secoli e il punti di inizio per il riscatto della propria dignità.
E’ solo dal 1977 che la festa della donna è stato riconosciuta ufficialmente dalle Nazioni Unite, anche se la sua storia risale a metà dell’800, quando nelle fabbriche lavoravano donne sottopagate e sfruttate.
Dopo 2 anni dal 1857, altre operaie di riunirono in sindacato per tentare di migliorare le condizioni di lavoro; nel 1911 in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera, si pensò ad una giornata tutta dedicata alle donne con lo scopo di ottenere il diritto di voto e la fine della discriminazione.
Il 25 marzo 1911 a New York, 140 lavoratrici della ‘Triangle Shirtwaist Company’ morirono in un incendio a causa dell’assenza di sicurezza sul lavoro, furono in 100.000 a partecipare ai loro funerali.
Fu solo nel dicembre del 1977 che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò l’8 marzo come Festa Internazionale della donna.
fonte
mercoledì 22 febbraio 2017
Isola dei famosi, Massimo Ceccherini si ritira: "Sono vecchio, voglio tornare a casa"
Colpo di scena all'Isola dei famosi. Massimo Ceccherini abbandona il programma. Dopo un lungo tira e molla in cui più volte ha minacciato di lasciare il reality, il comico toscano non ha retto alla tensione e se ne è andato davvero. Per poter essere squalificato si è spinto nella zona riservata alla troupe. Ceccherini era in nomination con Raz Degan e pertanto per questa settimana il televoto viene annullato.
Negli ultimi giorni Ceccherini era apparso particolarmente nervoso, battibeccando più volte con il suo (ex?) amico Moreno, colpevole di averlo nominato. Ma già dalla seconda puntata il comico aveva espresso a più riprese, salvo poi tornare sui propri passi, la voglia di lasciare perché troppo provato ora dalla fame, ora dalle condizioni ambientali, ora dalla mancanza della compagna. E alla fine non ha retto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una lite con Degan: Moreno aveva instillato in Massimo il dubbio che Raz potesse averne offeso la moglie
Nel corso del 23° giorno ha chiesto quindi di essere squalificato dal gioco e, per dar maggiore rilievo alla richiesta, si è spinto nella zona riservata alla troupe, off-limits per i concorrenti. A Stefano Bettarini ha quindi dichiarato di essere stanco fisicamente e patire la lontananza dalla moglie, ribadendo il suo desiderio di tornare a casa. Una volta sulla barca di produzione, appena ritiratosi, Ceccherini si è lasciato andare: "Mi sento vecchio, son stanco fisicamente, voglio tornare a casa, mi manca la mì moglie. Di sicuro mi pentirò della scelta, ma ora come ora voglio andare via e devo andare via! Non ce la faccio più a stare qui. È stato bello".
Così la seconda avventura di Ceccherini all'Isola finisce come era finita la prima, in modo brusco. Si era tanto fatto leva sulla sua voglia di riscatto dopo la prima esperienza che era terminata con la cacciata per aver bestemmiato in diretta. Questa volta la decisione l'ha presa lui ma è un peccato non sia riuscito a portare a termine la propria impresa.
A causa del ritiro di Ceccherini la sessione di televoto aperta nella puntata del 20 febbraio è stata chiusa e annullata e di conseguenza tutti i voti espressi in questa sessione sono stati annullati. Tutti gli utenti che hanno espresso il proprio voto tramite sms nella sessione annullata verranno rimborsati.
fonte Tgcom24
Negli ultimi giorni Ceccherini era apparso particolarmente nervoso, battibeccando più volte con il suo (ex?) amico Moreno, colpevole di averlo nominato. Ma già dalla seconda puntata il comico aveva espresso a più riprese, salvo poi tornare sui propri passi, la voglia di lasciare perché troppo provato ora dalla fame, ora dalle condizioni ambientali, ora dalla mancanza della compagna. E alla fine non ha retto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una lite con Degan: Moreno aveva instillato in Massimo il dubbio che Raz potesse averne offeso la moglie
Nel corso del 23° giorno ha chiesto quindi di essere squalificato dal gioco e, per dar maggiore rilievo alla richiesta, si è spinto nella zona riservata alla troupe, off-limits per i concorrenti. A Stefano Bettarini ha quindi dichiarato di essere stanco fisicamente e patire la lontananza dalla moglie, ribadendo il suo desiderio di tornare a casa. Una volta sulla barca di produzione, appena ritiratosi, Ceccherini si è lasciato andare: "Mi sento vecchio, son stanco fisicamente, voglio tornare a casa, mi manca la mì moglie. Di sicuro mi pentirò della scelta, ma ora come ora voglio andare via e devo andare via! Non ce la faccio più a stare qui. È stato bello".
Così la seconda avventura di Ceccherini all'Isola finisce come era finita la prima, in modo brusco. Si era tanto fatto leva sulla sua voglia di riscatto dopo la prima esperienza che era terminata con la cacciata per aver bestemmiato in diretta. Questa volta la decisione l'ha presa lui ma è un peccato non sia riuscito a portare a termine la propria impresa.
A causa del ritiro di Ceccherini la sessione di televoto aperta nella puntata del 20 febbraio è stata chiusa e annullata e di conseguenza tutti i voti espressi in questa sessione sono stati annullati. Tutti gli utenti che hanno espresso il proprio voto tramite sms nella sessione annullata verranno rimborsati.
fonte Tgcom24
mercoledì 8 febbraio 2017
Lettera a me stessa.. (stupenda da leggere)
Questa lettera va a me stessa… a me che, ogni volta che piango e qualcuno mi chiede cosa sia successo, mi limito a dire che mi bruciano gli occhi. Va a me… A me, che cerco di sorridere anche quando sembra impossibile, a me che guardo allo specchio e vedo le rughe dell’età, alla mia fottuta sensibilità che mi fotte nel vero senso della parola, perché fa approfittare gli altri di me. Va a me, al mio essere troppo buona e spudoratamente generosa. Va a me che quando cado trovo sempre la forza di rialzarmi, a me che guardo intorno e vedo tante, tantissime luci, una città colorata… ma poi mi guardo intorno e vedo sorrisi spenti. Questa lettera va a me, ai miei sorrisi, alle mie lacrime sprecate, alle mie grida, ai miei momenti di pazzie, ai miei momenti noiosi, semplicemente a me stessa. Va a me, che quando devo aiutare gli altri sono un’esperta e quando devo aiutare me stessa, non sono neanche una dilettante. A me, che trovo sfogo in una stupida sigaretta, a me che faccio l’indifferente e poi dopo piango, a me che quando mi trovo sola mi sento ansiosa perché i miei pensieri mi occupano la mente. A me, che do tanto amore alle persone e non vengo mai ricambiata. A me che sono stata delusa, a me… Una me che molte volte non riesco ad accettare, ma con la quale sto imparando a convivere, una me che tutti hanno cercato di cambiare, ma che nessuno è riuscito a farlo. Mi vedo… un passo dal cambiamento, dalla voglia di essere presente a me stessa, ai miei sogni. Ma come tutti i cambiamenti, prima che diventino qualcosa c’è la confusione, la paura, la solitudine.
Ora mi sento persa dentro mille pensieri e parole, ma un giorno tutte queste vite che sto vivendo mi daranno ragione di quello che sono e sarò. Nel ritrovarmi mi sono accorta di aver lasciato qualcosa per strada ma è questo il momento di continuare il viaggio, con prospettive nuove. Non devo aggrapparmi solo al passato, ma devo attingere ora da me stessa, da questo mio presente, doloroso sì, ma ricco di prospettive di me, dei miei sogni, dei miei desideri; ricordo di aver letto da qualche parte: “ i sogni sono mere rappresentazioni dei nostri più reconditi desideri, né via di fuga, sono al contrario strade maestre da percorrere”. Ascolto me stessa i miei sogni, il gusto del bello che da sempre mi seduce, vela i pensieri dei miei desideri più veri, dei miei ideali, ho certezza che tutto questo non è vano, non è destinato a perdersi per sempre. Sono onde di un mare che non conosce né confini né tempeste e quando lo sconforto sarà più grande dei miei desideri allora mi affaccerò alla finestra, guarderò quella montagna che ho davanti, ascoltando il suono e godere del suo profumo, farmi accarezzare dal vento che soffia leggero, come un giorno… leggeri saranno i miei affanni. Penso che per ognuno di noi c’è un giardino, fatto di memorie, parole, profumi e suoni, che germoglia di anno in anno, attraverso il nostro cuore. Quando la vita morde ed il pianto sembra vano, là troverò sempre me stessa e chi mi ama.
( L M )
martedì 7 febbraio 2017
LA LEGGENDA DEGLI OCCHI VERDI – BELLISSIMA
C’è una leggenda dietro a bellissimi occhi verdi che solo poche persone possono vantare di avere. Diversi studi hanno fornito prove sul fatto che sembra esista una stretta correlazione tra il colore dell’iride, e particolari predisposizioni caratteriali e comportamentali.
Le persone con gli occhi verdi spesso tendono ad avere i bordi di una sfumatura di un azzurro o nocciola molto particolare.
Sono persone generose ed altruiste… sempre disposte a correre in aiuto di chi ne ha bisogno, il loro aiuto è quasi sempre incondizionato. Sono anche persone molto permalose, soprattutto se qualcosa le tocca da vicino: quindi…fate attenzione a ciò che dite, e a come vi ponete con loro.
Le donne con gli occhi verdi, sono spesso gelose del proprio partner e spesso anche molto pignole e puntigliose…però in amore sanno donare tutto se stesse.
L’uomo invece solitamente è vanitoso, gli piace mettersi in mostra: ma non per sentirsi superiore, solo perché gli piace farsi fare graditi complimenti, in compenso sono persone intelligenti e dolci. In amore sono fortunati perché sono dei provocatori e seduttori nati.
Un giorno un giovane cacciatore giunse alle rive del Lago della Ninfa. Stanco, si sedette per rinfrescarsi il volto con l’acqua, quand’ecco un’apparizione incredibile affascinò la sua vista. Sull’altra riva del lago era apparsa una fanciulla incredibilmente bella, che guardò il cacciatore fissandolo con i suoi occhi stranamente verdi. Il ragazzo ne rimase sconcertato e l’amore divampò in lui immediatamente. La giovane guardò ancora il cacciatore, rise e si allontanò, scomparendo rapidamente. Allora egli la rincorse affannosamente, in vano inseguimento. Ai carbonai che incontrava chiedeva notizie. “E’ la ninfa che si pettina al sole” rispondevano i carbonai, “una creatura malefica. Guai a chi si innamora di lei: è perduto!”. Così dicevano i carbonai, ma il giovane non credette loro. Ritornò il giorno successivo al lago, ed ecco che ancora la creatura meravigliosa gli apparve sull’altra sponda. Così accadde per vari giorni; ma una volta il giovane, non sopportando più quel gioco crudele, le urlò il suo amore. Essa allora lo guardò a lungo con i suoi occhi verdi trasparenti e gettò sul lago per magia un iridescente ponte di cristallo, indirizzando al giovane un canto dolcissimo. Il cacciatore si lanciò incontro alla bella ed era già a metà del ponte, quando questo si dissolse ed il promesso bacio della fanciulla ebbe il sapore delle gelide acque del lago. La morte del giovane riportò il silenzio sugli alti prati dominati da aspre montagne. I carbonai commentarono variamente l’accaduto.
Alcuni dissero che la ninfa, per punizione, era stata tramutata in dura roccia. Altri invece affermarono che la fanciulla si pentì e, disperata, volle affidarsi all’innamorato nello stesso abbraccio di morte: si tuffò, anch’essa nelle acque ghiacciate e morì. Da allora avviene, talvolta, che si possano vedere sulla superficie del lago, fluttuare due nuvolette vicine.
fonte: http://donnacomete.it
lunedì 6 febbraio 2017
QUANDO MUORE UN GENITORE, NULLA SARA’ COME PRIMA
La perdita di un genitore è uno degli eventi più dolorosi che accadono durante la vita di una persona, le cui conseguenze lasciano profonde ferite nell’anima. Secondo lo psichiatra Elisabeth Kubler Ross nel suo libro “Death or Dying”, il dolore per il lutto attraversa cinque stadi:
1) shock e negazione: durante le prime fasi della perdita avvertiamo un muro di vetro tra noi e il mondo, ci sentiamo intorpiditi, incapaci di provare dolore e un gran senso di vuoto ci pervade. E’ venuta meno la presenza del genitore nella vita quotidiana ed avanza la solitudine
2) rifiuto: affiorano delle forti emozioni e i ricordi accompagnati da sentimenti contrastanti di dolore, perdita e sollievo soprattutto quando la morte è l’epilogo di una lunga malattia. Il senso di colpa e il sollievo si alternano, tornano in mente le ultime conversazioni, i momenti passati insieme, quello che avremo voluto dire e non abbiamo detto. La stanchezza fisica ed emotiva si fanno sentire e ci ritroviamo a piangere nei momenti più impensati.
3) rabbia: esplosioni di rabbia e sentimenti di frustrazione caratterizzano questa fase, ci chiediamo perché il lutto ha colpito proprio noi e non troviamo una risposta, un forte senso di ingiustizia ci pervade e chi si lamenta per cose inutili ci infastidisce.
4) accettazione: è la fase in cui iniziamo a metabolizzare la perdita, il dolore lentamente si assorbe e riprendiamo il contatto con il mondo. La sofferenza e piacere si alternano e ci rendiamo conto che la vita prosegue anche senza chi non c’è più.
Il lutto per la morte di un genitore è un fatto travolgente in qualunque momento della vita avvenga, anche se la capacità di gestire la perdita varia in base all’età anagrafica e alla maturità emotiva di ogni persona. Il lutto da adulti rientra nell’ordine naturale degli eventi pur lasciando una impronta profonda nella nostra psiche. Di solito la morte di un genitore anziano avviene dopo una malattia o al termine di una esistenza molto lunga i cui ultimi anni sono trascorsi con il supporto dei figli. I sentimenti sperimentati sono contraddittori, si passa da stati di dolore e di tristezza a rabbia, senso di impotenza e senso di colpa. Percepiamo la vita in un modo nuovo, chi ci ha generato non c’è più, siamo noi i più vecchi e la morte diventa più vicina di quanto l’avvertissimo prima. Il lutto può avere come effetto sulla famiglia quello di far avvicinare i membri ancora in vita o può anche acuire divergenze pregresse. Quando un genitore viene a mancare si modifica il rapporto con l’altro, ci troviamo ad instaurare una relazione con il singolo e non più con la coppia genitoriale, modificando radicalmente gli equilibri.
La morte di un genitore durante l’adolescenza si configura come una esperienza particolarmente difficile da affrontare. L’adolescenza è un periodo caratterizzato da forti cambiamenti sul piano psico fisico, una fase di profonda evoluzione e confusione durante la quale è difficile codificare le emozioni soprattutto quelle che accompagnano una perdita profonda. L’adolescente può provare reazioni contrastanti che oscillano tra la tristezza e la rabbia, a volte può negare del tutto la sofferenza legata al lutto ricorrendo a massicci meccanismi di difesa per non affrontare il dolore. Il confronto con i coetanei sul tema della perdita è particolarmente arduo anche se il gruppo può costituire un valido punto di supporto. Questa esperienza cambierà radicalmente il modo di pensare, di sentire e di relazionarsi dell’adolescente se verrà adeguatamente supportato nel percorso di esplorazione della perdita. Erroneamente si tende a sollecitare il giovane a sopportare il dolore, ad essere di sostegno al genitore superstite, non comprendendo che in questo modo si inibisce la possibilità di chiedere aiuto, di vivere la perdita e di esprimere le emozioni ad essa connesse. La presenza di una figura adulta solida costituisce un supporto fondamentale per aiutare l’adolescente a riconoscere e a confrontarsi con sentimenti nuovi e dolorosi senza per questo sentirsi svalutato o sminuito. L’adolescente pur essendo reticente ad affrontare la perdita ha bisogno di essere rassicurato sul fatto che le emozioni che prova sono normali e comuni a tutte le persone, deve essere incoraggiato ad esprimerle e avere la possibilità di fare domande. Parlare della persona deceduta è un modo per tenere aperta la porta del dialogo su chi non c’è più, accompagnandolo allo stesso tempo a riprendere la vita di sempre. L’obiettivo è aiutare il giovane a rendersi conto che non vi è alcun motivo per vergognarsi del dolore, l’esperienza del lutto è un modo di crescere prima rispetto ai coetanei, prendendo coscienza di essere una persona dotata di sensibilità. Quando l’adolescente manifesta invece alcuni comportamenti duraturi, come depressione, disturbi del sonno, basso rendimento scolastico, uso di droghe o disturbi del comportamento alimentare è fondamentale monitorarlo e chiedere l’aiuto di uno specialista, poiché probabilmente sta incontrando delle difficoltà nel metabolizzare il lutto.
La perdita di un genitore per un bambino è un evento particolarmente tragico e duro da affrontare, poiché non è dotato di strutture mentali e affettive tali che gli consentono di fare fronte ad una situazione così travolgente. L’effetto della perdita sulla sua vita mina il senso di sicurezza come una crepa che si apre nella sua percezione del mondo costituito dai genitori percepiti come figure invincibili. Essere sinceri ed onesti con il bambino è di fondamentale importanza, il momento dell’annuncio deve essere fatto in presenza del genitore superstite o/e di una figura significativa, sottolineando che il genitore è morto e non tornerà mai più. Il bambino pur essendo piccolo è in grado di comprendere il concetto della morte e della perdita grazie al supporto di un adulto che lo aiuti nella lettura della realtà. Essere sinceri è fondamentale anche quando il bambino è arrabbiato o addolorato e quando tende e a negare la realtà. A volte può credere di essere la causa della morte del genitore o che se si fosse comportato in modo diverso non lo avrebbe abbandonato. Inoltre può avere paura che anche il genitore in vita possa morire, quindi è fondamentale rassicurarlo che questo non avverrà. La figura di un adulto di riferimento lo supporterà nell’espressione del dolore senza lasciarlo da solo ad affrontare questo urto emotivo e lo aiuterà ad interpretare le emozioni vissute. Garantire affetto e comprensione è l’unico modo per superare questo evento, facendo i conti con la sofferenza. I bambini più piccoli che ancora non sono in grado di parlare con chiarezza appaiono confusi e non sempre capiscono cosa sta accadendo, possono adottare comportamenti regressivi e non volersi separare dal genitore rimasto. Non di rado provano rabbia per il genitore morto poiché si sentono abbandonati e non riescono a darsi una spiegazione. Dire al bambino la verità e rassicurarlo nell’esplorazione delle emozioni dolorose è il modo più adatto per accompagnarlo ad attraversare la sofferenza.
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A volte piango, perché sono stanca di essere forte ( leggetela è bellissima)
Concediamoci ogni tanto questa licenza per sfogarci e per recuperare il contatto con noi stessi. Non vuol dire essere deboli, ma capire i nostri limiti e le nostre capacità.
A volte siamo esausti, abbiamo raggiunto il limite delle nostre forze e abbiamo bisogno di lasciarci andare. Piangere non significa arrendersi e tanto meno è un segno di debolezza. allergia_acqua
A volte non abbiamo altra scelta che ricorrere a questo sfogo perché siamo stanchi. Stanchi di essere forti. Perché la vita ci sta chiedendo troppo e le persone intorno a noi non sempre vedono tutto quello che stiamo facendo senza chiedere niente in cambio.
Non portate il peso del mondo sulle vostre spalle. Caricate solo ciò che è davvero essenziale per voi e non dimenticate mai che il vostro cuore ha bisogno di uno spazio privilegiato per voi stessi. E se avete bisogno di piangere, fatelo, perché anche i forti se lo possono permettere.
Non possiamo essere sempre forti Forse anche voi siete stati educati all’idea che le lacrime devono essere “trattenute”, che la vita è difficile per tutti e piangere non serve a niente. Questa idea, a lungo andare, può essere dannosa a livello emotivo.
Spesso reprimiamo il pianto cercando di nascondere quello che proviamo e lasciando credere, sotto false apparenze, che tutto vada bene. Sforzarsi di sembrare “normali”, nascondere sentimenti e problemi, finirà non solo per tacere le vostre emozioni di fronte agli altri, ma anche a voi stessi. Le emozioni soffocate sono problemi non affrontati. Un problema non gestito è un’emozione che finisce per essere somatizzata sotto forma di mal di testa, stanchezza, tensione muscolare, nausea e problemi digestivi. Non si può essere sempre forti, così come non si può nascondere disagio o tristezza per tutta la vita. Non è sano né igienico. È importante concedersi qualche istante di sfogo in cui le lacrime agiscono come autentico anti stress.
Piangere è una cura. Le lacrime sono uno sfogo, rappresentano il primo passo verso il cambiamento.
Piangere significa accettare le nostre emozioni e liberarle. Dopo il pianto, arriva la calma, ci sentiamo più rilassati, più capaci di vedere la realtà e di prendere decisioni.
La necessità di essere forti quando la vita ci chiede troppo Solo voi conoscete gli sforzi che vi hanno portati dove siete e se avete dovuto rinunciare a qualcosa per le persone che amate.
Tutto questo lo avete fatto come libera scelta, perché lo volevate, perché era giusto farlo; ma arriva sempre un momento in cui sembra che la vita, e ancora di più le persone che ci stanno intorno, non ci trattino con lo stesso riguardo.
Dobbiamo essere forti di fronte ad una società che non aiuta in ambito lavorativo o sociale. Mostrare forza di fronte ad una famiglia che non sempre è facile da tenere unita, genitori, fratelli o fidanzati che spesso non tengono conto delle nostre esigenze.
E arrivano quei giorni in cui non ne potete più di essere forti, di farvi carico di tutto. Piangere diventa una necessità.
È importante stabilire un limite, far sì che la vita ci chieda solo quello che possiamo offrirle Nessuno è in grado di dare più di quello che ha. È impossibile portare allegria e felicità in famiglia se in cambio non vi ripagano con lo stesso affetto.
La soluzione sta nell’equilibrio che ci serve per essere forti, per adempiere ai nostri impegni e per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti tenendo conto delle difficoltà. Essere forti vuol dire, per prima cosa, stare bene con noi stessi. Coltivate la vostra crescita personale, ritagliate momenti solo per voi stessi, godete dei vostri affetti. Amate tutte le persone che vi stanno vicino e, soprattutto, voi stessi. Il più forte è chi sa amare e allo stesso tempo, amarsi. Non è un discorso di egoismo. Essere forti significa anche liberarci dai pesi che intralciano la nostra crescita, che attentano al nostro benessere e che ci fanno soffrire. Si sa, spesso fa male, ma è necessario smettere di dare priorità a chi non ci considera.
Essere forti implica permettersi di essere “debole” di tanto in tanto. Che cosa vuol dire?
Avete tutto il diritto di dire che non ce la fate a reggere qualcosa, che una situazione è superiore alle vostre forze e che non potete assumere più responsabilità di quelle che già avete. Avete il diritto di dire che non ce la fate più, che avete bisogno di riposo. Avete diritto a ricevere rispetto, affetto e gratitudine. Chi ha bisogno di voi deve capire che anche voi avete bisogno di loro. E, naturalmente, avete tutto il diritto ad un momento di sfogo, di intimità, per passeggiare e pensare a voi stessi, piangere, dare ascolto ai vostri pensieri ed emozioni, prendere decisioni e andare avanti.
Perché la vita alla fine è questo. Percorrere la nostra strada rimanendo in equilibrio e cercando di stare bene dentro.
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